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Dalle origini a EMAK:
Una storia di vita e di successo imprenditoriale

di Nello Salsapariglia


Premessa.

Fosse stato per don Giovanni Alberigi quando ero ragazzino avrei dovuto entrare in seminario. Mi voleva un gran bene, quel prete. Io andavo volentieri nella chiesa di San Michele, una frazione di Bagnolo in Piano, nella Bassa reggiana: mi fermavo tutte le volte che portavo al caseifìcio il latte delle nostre due mucche. Al tempo avevo 8-10 anni. Quasi ogni giorno quando eravamo in vacanza, oppure al sabato e alla domenica mattina, mi incamminavo spingendo il carretto sui cui mio padre caricava i bidoni pieni di latte e partendo dalla casa di Fosdondo, dove abitava la mia famiglia, raggiungevo il caseificio e sulla strada del ritorno mi fermavo in chiesa.

Don Alberigi ci insegnava il catechismo, ci faceva ascoltare la messa e poi lasciava che noi ragazzini giocassimo in oratorio. Io frequentavo con un certa assiduità e sapevo quasi a memoria la messa in latino, così un giorno il parroco mi chiese se volevo entrare in seminario. Ci pensai un pò, don Alberigi ripeteva spesso quel suo invito, ma a farmi decidere diversamente e a incidere sul resto della mia vita fu un altro incontro che feci a San Michele.

In quella frazione a quel tempo non esistevano solo la chiesa e l'oratorio. Non lontano dai campetti della parrocchia c'era l'officina meccanica di un amico di mio padre, Giovanni Diacci, che riparava per lo più vecchi trattori. Il figlio di Giovanni, Settimo, era un mio compagno di scuola e fu grazie a lui che misi piede per la prima volta nell'officina del papà, che venne in seguito affittata a Walter Tondelli. Avevo ormai 12-13 anni e cominciai ad andare frequentemente da Tondelli per vedere come si lavorava e per chiedere se avevano bisogno di un aiuto. Quel lavoro mi affascinava. Mi appassionava vedere le parti meccaniche, l'interno degli automezzi. Mi piaceva ascoltare i meccanici che parlavano su come risolvere un problema o come tagliare o mettere a posto un pezzo. Ancora non lo potevo sapere, ma quelle esperienze, quei discorsi che ascoltavo, sarebbero un domani risultati importantissimi per la mia formazione professionale. Ben presto don Alberigi non mi chiese più se volevo entrare in seminario. La mia strada l'avevo già trovata, anche se ero poco più di un bambino ed era ancora presto per dire che cosa avrei fatto da adulto. Ma la scoperta della meccanica ormai aveva indirizzato la mia esistenza.

Intraprendere quella strada, però, non sarebbe stata una scelta semplice e da affrontare a cuor leggero. La mia famiglia era legata alla terra. Mio padre Francesco lavorava come mezzadro nell'ultima casa del Comune di Correggio, a Fosdondo, ai confini con Bagnolo in Piano. La mamma, che si chiamava Regina Vecchi, lo aiutava e badava a me, che sono nato nel 1926, e a mio fratello Romano, venuto al mondo nel 1933. Come tutti i bambini dell'epoca figli di contadini, frequentai le scuole elementari più vicine: nel mio caso andai un pò di anni nella frazione di San Michele e un pò a Pieve Rossa. Alla fine della quinta elementare smisi di frequentare la scuola, ma serbai con cura - e ancora oggi li possiedo - i miei sussidiari di lettura, veri compendi di materie che riassumevano storia, geografìa, religione, italiano e matematica.

Mio padre in quegli anni voleva che lo aiutassi a lavorare la terra visto che c'erano sempre delle incombenze in campagna: tagliare l'erba, curare gli animali, badare alle colture... ma io ormai avevo la testa altrove. Non mi interessava lavorare nei campi, il mio futuro era la fabbrica. Mio padre lo capì e non volle insistere: non sarei diventato un mezzadro come lui, ma avrei comunque lavorato. Così all'età di 15 anni, nel 1941, papà chiese ad alcuni suoi amici - i signori Nibbi e Pratissoli dell'omonima torneria reggiana - di permettermi di lavorare nella loro officina durante l'inverno. A mio padre non interessava quanto mi avrebbero pagato, ma voleva che imparassi un "mestiere", anzi, il mestiere che mi piaceva e che sarebbe poi diventato la mia vita. Papà e Pratissoli erano amici d'infanzia: le loro case natali erano vicine e si erano frequentati fin da piccoli. Così papà mi presentò al suo amico (che poi sarebbe diventato uno fra i più grandi imprenditori della meccanica agricola italiana) dicendogli: "Guarda, questo ragazzo non ha voglia di lavorare in campagna, me lo prendi tu in azienda?". Cominciò così la mia avventura in fabbrica. Anche se a ripensarci è un pò esagerato definirla fabbrica nel senso moderno del termine. La torneria Nibbi e Pratissoli all'inizio degli anni Quaranta aveva sede in viale Ramazzini, nella periferia nord di Reggio, nel quartiere che si chiama anche oggi Santa Croce Esterna e che si sviluppò dall'inizio del Novecento attorno al grande insediamento industriale delle Officine Meccaniche Reggiane. La "Nibbi e Pratissoli" occupava praticamente tre stanzoni in fila attigui ad una stalla e realizzava solo lavori di tornitura lavorando quasi esclusivamente pezzi per conto delle Reggiane.

Bruno Nibbi e Leonida Pratissoli infatti erano operai di quella grande fabbrica e all'inizio venivano a lavorare nella loro torneria solo il sabato e la domenica. Con loro inizialmente lavorava anche Nino Bonaccorsi che poi si occupò di politica e divenne sindaco di Piadena, in provincia di Cremona. Oltre a loro la torneria di via Adua impiegava tre operai. Per me fu un periodo meraviglioso. Ricordo ancora oggi che l'ambiente di lavoro era bellissimo. Nibbi era un tipo da conoscere. Anche se a me, forse perché ero ancora giovanissimo, incuteva davvero timore: a volte quando mi si avvicinava per vedere come stavo lavorando, per la soggezione sbagliavo a rifinire il pezzo che stavo lavorando. Se stavo trattando ad esempio un pezzo di metallo facevo un errore perché mi sentivo i suoi occhi addosso. Lui si arrabbiava, ma poi si metteva li e mi insegnava a lavorare meglio e alla fine mi tranquillizzava: "Non devi avere soggezione, ti insegno io come si lavora", era la sua frase. Alla sera poi io e Nibbi tornavamo a casa insieme, in bici. Lui abitava a Pratofontana, a circa tre chilometri dall'offìcina, e quindi facevamo un tratto di strada in compagnia. Io poi proseguivo per qualche chilometro, fino alla casa dove abitavo con la mia famiglia, in via Beviera. Il tempo di cenare e poi inforcavo nuovamente la bicicletta e in compagnia dei miei amici, che lavoravano tutti come contadini, si partiva per andare al cinema a Correggio. Non sentivamo la stanchezza, eravamo abituati a lavorare parecchio e a muoverci solo in bicicletta. Io alla Nibbi ad esempio lavoravo una media di dieci ore al giorno ed ero pagato una lira all'ora. Mi fermavo per la pausa pranzo a consumare il cibo che mi portavo da casa nella borsina legata alla bici e poi si ricominciava subito. Alla Nibbi lavorai circa tre anni, fino al 1944. Poi con la recrudescenza della guerra era diventato pericoloso muoversi, andare in giro alla sera. Già in quegli anni, durante l'estate, cominciai a darmi da fare come motoaratore per conto terzi: guadagnavo il doppio - 20 lire al giorno - e inoltre il beneficio di quel mestiere era che si pranzava a casa dei contadini. Era il 1941 e io avevo appena 15 anni.

Il primo impiego come addetto all'aratura lo trovai a Fosdondo, poi l'anno successivo, nel 1942 andai a lavorare per conto dei signori Rosselli alla Bazzarola, una località nei pressi di Reggio Emilia; nel 1943 passai a lavorare per conto del signor Amedeo Bertozzi e successivamente con il signor Pratissoli di San Michele della Fossa.

Guidare i mezzi agricoli per me era una passione, anche se si trattava di alzarsi alle tre del mattino, sabato e domenica compresi. Avevo imparato guardando con attenzione gli operai che venivano ad arare nella azienda agricola dove lavorava mio padre, ai quali avevo "rubato" i segreti di quel mestiere. La patente vera e propria riuscii ad averla solo nel dicembre 1945, ma a quei tempi non c'erano problemi: si imparava a guidare così, con la pratica. Soprattutto i trattori agricoli, che fino al termine della guerra erano mezzi rari e chi li possedeva era considerato una persona benestante. Il segreto di una buona aratura non era tanto saper guidare il mezzo, ma avere passione e conoscere la direzione esatta in cui si doveva arare un campo; e questa conoscenza si apprendeva solo con l'esperienza e ascoltando le persone più anziane o più esperte. Tecnicamente la maggiore difficoltà era la retromarcia con l'aratro, perché a quei tempi nei campi c'erano molti alberi che delimitavano i fondi e quindi condurre un trattore con un aratro meccanico richiedeva una certa perizia soprattutto nel fare le manovre ai bordi dei campi coltivati. Lavoravo tantissimo ed ero felice perché facevo ciò che mi piaceva. Non sentivo neppure la fatica. La richiesta di moto-aratori era elevata: alla fine della guerra nel Comune di Correggio probabilmente esistevano solo cinque o sei trattori e ogni trattore veniva usato per arare almeno 300 biolche di terra all'anno.

Per fortuna durante la guerra non fui mai arruolato. Per tre anni fui chiamato alla visita medica militare e alla fine, nel 1945, fui esonerato definitamene perché avevo una circonferenza toracica troppo piccola ed ero troppo magro. Così ebbi la possibilità di continuare a lavorare ed evitai il servizio di leva.

Guardando oggi al passato, alla mia vita negli anni Quaranta e a come poi affrontai la sfida imprenditoriale, che ha portato alla nascita, tanti anni dopo, del gruppo Emak grazie al lavoro mio e degli altri soci fondatori, mi rendo conto che la mia storia assomiglia ad un racconto pionieristico che si proietta nella storia della meccanizzazione agricola reggiana, dal dopoguerra ai giorni nostri. Ripensando a quegli anni, riassaporo l'entusiasmo e le emozioni, rivivo i successi e gli insuccessi attraverso i quali siamo diventati quello che siamo. Senza mai perdere lo spirito innovativo e la voglia di costruire qualcosa...

[La storia completa della vita di Nello Salsapariglia sarà disponibile a richiesta in un libro illustrato di prossima pubblicazione.]